lunedì 27 gennaio 2014

Witch, please - i dodici passi verso Twilight. American Horror Story: Coven.



Ep.1
Abbiamo ammesso di essere impotenti di fronte a zombie trendy, vampiri glitterati e licantropi muscolosi.
Ep. 2
Siamo giunti a credere che un Target più ampio potrebbe ricondurci alla ragione per cui facciamo tutto questo: il Danaro.
Ep.3
Abbiamo preso la decisione di affidare le nostre volontà e le nostre vite alla cura del Marketing, come noi potemmo concepirLo.
Ep. 4
Abbiamo fatto un inventario profondo e senza paura di quello che piace a ‘sti ggiovanidoggi. E, in tema di paranormale, c’erano rimaste solo le streghe.

"Ma se poi qualche ggiovane non si identifica?" "E noi ci mettiamo la figa, la saggia, la down e pure l'obesa di colore."

Ep.5
Abbiamo ammesso di fronte al Marketing, a noi stessi e alla Fox l’esatta natura dei nostri torti: la Qualità.
Ep. 6
Eravamo completamente pronti ad accettare che la logica dello Share eliminasse ogni traccia di suddetta Qualità.
Ep.7
Abbiamo chiesto con umiltà agli sceneggiatori di premere Delete dopo ogni frase che potesse risultare interessante a occhi non contornati da tre strati di eyeliner, sbavato dopo l’ascolto ossessivo dei Simple Plan.
Ep. 8
Abbiamo fatto un elenco di tutte le persone che abbiamo soddisfatto con le precedenti stagioni e siamo diventati pronti a mandarle a cagare.
Ep. 9
Abbiamo fatto direttamente ammenda verso tali persone, laddove possibile, inserendo nel cast un’inutile Kathy Bates e una sprecata Jessica Lange.
Ep. 10
Abbiamo continuato a fare il nostro inventario personale e, quando ci siamo trovati a corto di pippe adolescenziali, abbiamo subito rimediato con una bella scena di sesso a tre.

"Dai, non fare così...Pensa al cachet!"

Ep. 11
Abbiamo cercato di migliorare il nostro contatto cosciente con il nuovo Target, come noi potemmo concepirLo: spulciando tra centinaia di Tumblr di quindicenni nerovestite.
Ep 12
Avendo ottenuto un risveglio commerciale come risultato di questi Passi, abbiamo cercato di portare questo messaggio agli adolescenti rincoglioniti e di mettere in pratica questi principi in tutti i nostri episodi.

Ep.13
N.d.A.
Di questo ultimo Passo, signori, non posso parlare con competenza. Non solo perché il gran finale non è ancora andato in onda. Ma perché avendo seguito il percorso fin qui, mi sento ormai pronta ad asserire che chiunque si scopra essere la prossima Suprema, avrà già ampiamente dimostrato il suo micidiale potere: il Tritolepalleallospettatoremaggiorenne.

giovedì 23 gennaio 2014

Mestruo e fiamme! Mestruo e fiamme! Lo sguardo di Satana – Carrie

Quando ero alle superiori, avevo una compagna che aveva due cose in abbondanza: le tette e la repressività del padre. Lui non voleva che lei uscisse e frequentasse ragazzi, quindi lei, a ogni minima occasione, faceva “l’amichevole”.
Quello che il padre della mia compagna e i fautori del proibizionismo non hanno capito, è qualcosa che ogni spacciatore e donna a dieta conoscono alla perfezione: proibire qualcosa è il modo migliore per fartela desiderare fortissimamente.
Carrie ha una madre pazza e iper-puritana che non vuole che lei sia come le altre ragazzine (leggi zoccola), Carrie invece non vorrebbe altro che essere uguale a loro.
Ma andiamo con ordine.
Siccome lo sanno anche i muri che prima di questo Carrie c’è il Carrie del 1976 di De Palma, leviamoci subito il dente: quello vecchio è meglio. Ma anche la versione odierna malaccio non è.
Il film inizia con una sequenza che ti fa venire voglia di devolvere il 5 per mille ai colossi farmaceutici (loro, quelli che in cambio dello stomaco e del fegato ti danno sollievo dal dolore): la madre pazza, la meravigliosa-anche-coi-capelli-crespi Julianne Moore, sta partorendo in casa Carrie. Appena la pagnottina esce dal forno, lei brandisce le forbici e tenta di ucciderla, perché Dio lo vuole.
Carrie cresce diventando una specie di paria del liceo, nonostante la madre le cucia camicie a quadri e salopette (con un abbigliamento simile in Italia sarebbe già a capo di una start-up). Crescendo, invece di diventare Sissy Spacek, si trasforma in Chloe Grace Moretz. E qui c’è il primo problema del film: è bellina in modo canonico. La Spacek invece ha la faccia che avrebbe la figlia di E.T. e Kate Moss, se solo loro due decidessero di accoppiarsi. Quando De Palma era indeciso se affidarle o meno il ruolo, lei si è passata la vaselina tra i capelli, non si è lavata e si è presentata con un vestito che le aveva cucito la madre in seconda media. Ah, e si è fatta seppellire per girare la scena finale. È evidente che non c’è gara.
Sissy senza vaselina.
 
Tutti deridono Carrie. Dopo una lezione di ginnastica, quando è sotto le docce, le arrivano le mestruazioni. La poveretta non sa cosa siano, pensa di essere sul punto di morire e inizia a disperarsi, mentre le compagne la prendono in giro tirandole tampax e filmando il tutto per poi metterlo online.
Carrie, tesoro mio dolce, a te col ciclo sono arrivati i poteri di telecinesi, a me solo dei fianchi più larghi. Io avrei dovuto piangere, non tu.
Comunque, visto il comportamento stronzissimo delle compagne, l’insegnante di ginnastica, la brava Judy Greer (una che ne sa parecchio di popolarità, ascesa e fango, visto che faceva la sfigata nel meraviglioso “Amiche cattive”), mette le ragazzine in punizione. Prima però, ci regala insieme al preside della scuola l’episodio pilota della prossima serie di Dmax, “Man vs Mestruazioni”: lui sbuffa, suda, è imbarazzato e non riesce manco a pronunciare la parola “assorbente”.
Torniamo alle compagne di classe. Chris, quella che ha messo online il filmato e che per questo è stata espulsa ed esclusa dal ballo, decide di vendicarsi. Insieme al fidanzato uccide un maiale, ne raccoglie il sangue e, invece di prepararci un sanguinaccio, lo mette in un secchio che, la sera del ballo, farà cadere addosso a Carrie.
Sue invece si pente, e qui c’è la grande innovazione del film: è bionda! Per la prima volta quella buona è bionda, e non una qualsiasi sfumatura che va dal castano chiaro al nero corvino! 
Sue, quella buona. C'è ampiamente di che odiarla.
Così Sue, per espiare, obbliga il suo fidanzato a portare Carrie al ballo. Carrie accetta, si cuce il vestito, litiga con la madre che non vuole mandarla, chiude la madre nello sgabuzzino grazie ai superpoteri, e va al ballo. Il maiale fa il suo porco lavoro, e a quel punto – finalmente – Carrie si incazza di brutto. Lo so, vi ho praticamente detto tutto, a voi non resta che vederlo per ammirare come la vendetta della protagonista si scateni su qualunque cosa. Forse si scatena anche un po’ troppo, perché con tutte le mosse che la Moretz fa ogni volta che usa i poteri, il film sembra a tratti una partita a
Mortal Kombat. Comunque, se io avessi il dono della telecinesi, lo userei solo per scopi benefici. Tipo spostarmi il grasso dal culo alle tette.




lunedì 16 settembre 2013

Da “Paris, Texas” a “Paris, Hilton”. The Bling Ring.

Che cos’è che vogliamo?

SLEIGH BELLS E LOUBOUTINS!

E quando le vogliamo?

GIà NEI TITOLI DI TESTA!

Ah, Sofia.
Sofia Sofia Sofia. (E qui l’autrice scuote il capo fissando il pavimento, NdR)

Sofia mia, se in questo momento mi trovassi davanti a te, il discorso che mi uscirebbe di bocca sarebbe pari pari il testo di “Bella senz’anima”.
Oppure no, pensandoci meglio. Che non sia proprio io a darti l’idea di farne una cover electro-indie: Casablancas al posto di Cocciante, sullo schermo un’adolescente che si siede su quella seggiola e poi si spoglia come sa fare lei e via, anche per il prossimo film siamo a posto.

Sofia. Di cosa ci parla Cocciante?
Della fine di un amore. E come finisce un amore?
Nei tuoi film, con uno sguardo che si posa annoiato sullo skyline di Tokyo con gli Air in sottofondo.
Ma d’altra parte i tuoi film sono solo un insieme di pretenziose puttanate. E quindi ora te lo spiego io, come finisce un amore nella vita reale.
C’è Cocciante, ovvero io, che si innamora. Della Bella Senz’Anima, che poi saresti tu. Ti vedevo anche bella, capisci? 
L’amore è irrazionale, si sa. Specie se ci si innamora in così giovane età: a 15 anni, dammi una Lux Lisbon, una cameretta frou frou e una “Playground Love” e sarò tua per sempre. 


Poi però si cresce, Sofì.
E allora inizia la seconda fase: all’ ”Amore è cieco” subentra il “Sì, potrebbe in effetti essere una cagna maledetta…però cambierà”.


Il che si traduce, negli anni, in indulgenti recensioni tipo:
- Beh, Bill Murrey era straordinario! E poi che tocco di classe, quel “Sometimes” sotto la pioggia, eh? (2003)  
    - Ma dai, le All Stars tra le scarpette di Marie Antoinette! Cioè, hai capito che anacronismo pregno di significato? Ci sta dicendo che tutti gli adolescenti della storia si trovano ad affrontare gli stessi identici problemi, che vivano nella Versailles del ‘700 o nella Scampia degli anni zero! (2006) 
- Eh…insomma…dai, alla fine…Ten decisions shape your life, you’ll be aware of five about. (2010)

Ora. Persino una Bella Senz’Anima, se minimamente furba, arriva a capire il concetto di “Do ut des”: io ho dato, Sofia. Per tutti questi anni, ho dato soldi, pazienza, comprensione e persino cecità fasulla davanti a certe scene che lasciamo perdere o mi prudono le mani.

Nella diapositiva, un esempio di scena che fa prudere le mani.

E veniamo a te: non era forse arrivato il momento di darci un bel film?
Ho detto “Bello”? Chiedo scusa, ho esagerato. Facciamo “Decente”? “Sensato”? “Con una minchia di qualsivoglia trama”?
No. Dopo mesi di hype, tu ti ripresenti con “The Bling Ring”.
Ovvero, un trailer smarmellato su 90 minuti. 90 minuti di Miu Miu, Chanel, Louboutine, furti, Paris Hilton, una mezza pole dance, adolescenti borghesi che sniffano cocaina per manifestare il proprio senso di disagio verso una società superficiale e priva di punti di riferimentoCRISTO.

E no, sulla recitazione di Hermione non sprecherò una parola.

 "Niente, eh? Vabbè stellì, famo così: inventate qualcosa con 'sto palo 
e ce ne andiamo tutti a casa, su."


Mettiamola così: “The Bling Ring” è un porno.
E se chiedete a uomo di recensire un porno, probabilmente l’unico commento che otterrete sarà “Beh, ha funzionato”.
“The Bling Ring” è la stessa cosa, esiste solo ed esclusivamente per funzionare. Ho voglia di comprarmi un paio di scarpette, dopo la visione? Si, cazzo, si! Anche due! Anzi, voglio entrare di straforo in casa della Ferragni e fare razzie! E si, lo so, la Ferragni è quello che è. Ma in Italia questo passa il convento.



Però, Sofia, questa è pornografia. L’amore è un’altra cosa.
E da Cocciante è un attimo che passiamo a Masini:
per questo ti saluto, Bella Stronza.



lunedì 10 giugno 2013

"Thank you for being so not italian". The Butterfly Room.

video

Immaginate di presentarvi a un appuntamento al buio, ok? Siete reduci da mesi di delusioni, grandi aspettative che sfociano immancabilmente nel fail, amori storici che non sapete più come giustificare nemmeno a voi stessi. Insomma, a questo  incontro a scatola chiusa ci arrivate comprensibilmente già con il cinismo a fior di labbra.
E invece vi trovate davanti Megan Fox: una Megan Fox che si rivela esteticamente perfetta già dal primo frame. Che in più sfoggia una sceneggiatura degna di quei pervertiti degli asiatici. E un citazionismo horror che vi emoziona tanto da farvi perdere per strada la metafora.


Questo è "The Butterfly Room": l'ultima opera dell'italianissimo (ho controllato tre volte, non ci potevo credere) Gionata Zarantonelloun fiore cresciuto sull'asfalto e sul cemento, tanto per riabbassare subito il livello del discorso.
Zarantonello sembra mettere le mani avanti già con la scelta del cast: una specie di Trivial horror che vi farà saltellare come groupie, se avete sui 30 anni e amate il genere.
E se invece vi lascia indifferenti…gesù, che triste adolescenza avete avuto.
C'è chi ha ucciso Laura Palmer, c'è la Nancy di Freddy Krueger, c'è la Jennifer che non andava violentata, c'è persino un cameo del papà dei Gremlins.
E, su tutti loro, regna Barbara Steele alias Ann.


Ann è una signora d'altri tempi: elegante, posata, introversa. Che nel tempo libero coltiva in egual misura entomologia e rapporti morbosi con ragazzine preadolescenti.
Hobby diversi, che mirano allo stesso obiettivo: imprigionare la bellezza e legarla a sé per sempre.
Ma no, non stiamo parlando di una milf promiscua e particolarmente intraprendete: quello che Ann vuole - o piuttosto pretende - è esclusivamente affetto. Quell'affetto assoluto e bisognoso che ogni bambino nutre per chi lo accudisce. Perché col cavolo che di mamma ce n'è una sola: se Ann decide che sei figlia sua, non c'è proverbio che tenga.
E così, attraverso un montaggio in stile "Memento", oscilliamo di continuo tra passato e presente per arrivare a conoscere tutte le vittime dell'ossessione di Ann: Dorothy, Alice e Julie. Chi si salva e ci lascia le penne, lo scopriremo solo più avanti.


Tutta la faccenda, già abbastanza malata di suo, si fa ancora più ambigua grazie alla figura di Alice - unica ragazzina che, nell'ossessione di Ann, non gioca tanto il ruolo di vittima quanto quello di complice.
Alice, infatti, lo fa un po' di mestiere: è una specie di escort che vende affetto a tempo determinato a madri rimaste sole. Ed è proprio lei ad adescare la sua carnefice, con tutta malvagità che solo i marmocchi sanno avere. 
Sorriderà ancora per poco.
La disperazione femminile in ogni sfaccettatura, insomma: questo sembra essere il vero topic del film. Tant'è che nella famosa stanza delle farfalle non entriamo se non sul finale; e anche se sappiamo benissimo che dentro non ci troveremo solo insetti sotto vetro, la scena fa comunque la sua porca figura.
Mettiamola così: la prossima volta che userete il classico "Sali a vedere la mia collezione di farfalle?", non stupitevi se anziché un garbato rifiuto riceverete un'ordinanza restrittiva.



martedì 4 giugno 2013

Shoes I’d Like to Fuck. 20 anni di meno.


Mia madre, oltre a sapere i nomi dei colori più assurdi – tipo il color avio e pervinca – e a fare la parmigiana di melanzane migliore del pianeta, conosce tutta una serie di massime che mi ha gentilmente passato: “sette ore un corpo, otto ore un porco”, “defecatio matutina bona quam medicina, defecatio meridiana neque bona neque sana” e la mia preferita, “fritta è buona anche la merda”.
Ecco, vorrei soffermarmi sull’ultima, e adattarla al film di oggi. Un film francese. Ambientato a Parigi. Con la moda e le riviste di moda francesi. Insomma, la Francia è il fritto. Che si tratti di dolcetti, moda, festival del cinema, Oltralpe fanno bene quasi tutto: si pigliano una modella umbra dall’accento marcato e la trasformano in diva internazionale. Si accattano una piemontese gonfia di botox, che potrebbe tenere corsi di laurea su “Come darla via traendone un profitto che manco il PIL di un piccolo paradiso fiscale”, e la trasformano in Première Dame. Ci liberano di attori diventati famosi per pubblicità di gelati bi-gusto, che si innamorano di francesi dai denti storti e si trasferiscono in un lampo a Parigi, liberando il suolo patrio della loro presenza.
I cugini sanno fare pure le commedie leggere, tipo “Una cena tra amici”, tanto per dirne una. E tipo “20 anni di meno”.
In sostanza. Prendete una trentottenne Kate Moss un po’ più alta, e fatele avere la vita dei sogni di tutte noi: ex marito rock-star genere Gainsbourg, lavoro come direttrice di affermata rivista di moda, appartamento gigante nel – a occhio – sesto arrondissement; guardaroba strepitoso e fisico per portarlo. Insomma, una che odiereste, se non fosse che è una poraccia che non fa altro che lavorare come una stagista di un’agenzia di pubblicità, senza l’ombra di una relazione e che deve pure sopportare i tentativi della sorella di farla accoppiare con brutti ginecologi. Come se non bastasse, una nuova collega, molto più giovane, tenta in tutti i modi di farle le scarpe, e anche con buoni risultati.
Perché mai un ventenne dovrebbe volersi fare una così?
Alla nostra Katè non rimane che approfittare di un equivoco e fingere di essere una milf che farebbe impallidire tutte le mamme di Stiffler che imparano quanto possano essere divertenti le nuove tecnologie caricando i loro video su youporn.
Quindi, mentre noi ammiriamo scarpe e vestiti che non potremo mai permetterci, lei si innamora del suo giovanissimo finto-poi-vero-amante, che ha – indovinate un po’ – 20 anni in meno, rivoluziona la sua vita, viene licenziata e scrive un libro.
E qui potremmo fare tutto un discorsone sul fato, sui piccoli fatti che cambiano il corso di una vita e sull’ineluttabilità del destino, su come, da tipico schema proppiano, la mediazione porti poi al consenso e alla ribellione dell’eroe, e via così fino a ristabilire un nuovo equilibrio. 
20 anni di meno. Locandina alternativa.
Potremmo. Ma non ci serve mica Propp per capire che questo film è praticamente una favoletta. Però è una favoletta con i titoli di testa fatti come le copertine delle riviste di moda, le louboutin e un giovane protagonisti che, come anni di attori francesi ci hanno insegnato, non è bello ma ha fascino. E le louboutin, lo so che l’ho già detto, ma voglio ribadirlo, perché “cosa sono la fotografia, la trama e la recitazione quando in cambio ti danno le scarpe”.
 

mercoledì 1 maggio 2013

My body's saying let's go / But my heart's saying no, no. The Lords of Salem.

Si, ho usato un verso di Christina Aguilera come titolo di un post su Rob Zombie. E, dopo aver visto "The Lords of Salem", sono definitivamente convinta che Rob apprezzerebbe la scelta.
Non perdiamo troppo tempo con la trama - l'avete visto "Rosemary's baby"? Ecco: quello, scritto sotto LSD e con le streghe al posto dei satanisti. 


Andiamo dritti al punto: questa è la recensione più sofferta che abbia mai scritto. Perché ieri sera sono uscita da quella sala combattuta come un leghista fatto di Viagra di fronte a un'extracomunitaria fatta di Roipnol. Una doverosa premessa: trovo che Captain Spaulding sia uno dei personaggi più adorabili nella storia del cinema, "Hellbilly Deluxe" è stata la colonna sonora dei miei vent'anni e la vita di Sheri Moon rappresenta per me il massimo dell'aspirazionalità. Ora, la morale che potreste cogliere da questa premessa è che ogni scarrafone è bello a mamma soja. E, nel coglierla, sareste parecchio sagaci.
Il 60% di questo film vi mostrerá streghe torturate, processate e arse vive, che nemmeno in punto di morte rinnegheranno la fede nel maligno e bla bla bla. Io adotterò la stessa filosofia: non affermerò mai che questo film sia una cagata pazzesca - un po' perché proprio non ce la faccio per questioni affettive, e un po' perché in fondo non sarebbe nemmeno del tutto vero. Scrisse mordendosi il labbro nervosamente. 
Perciò facciamo così: procediamo per sottrazione. Qui vi parlerò solo degli aspetti positivi del film e poi giudicherete voi stessi, se vi sembrano abbastanza per sborsare nove euro e condividere per un'ora e mezza la sala con sedicenni visibilmente - e rumorosamente - fan dei White Zombie.

1) Colonna sonora

In breve, perfetta. Non per niente è curata da John 5, il che per un'ex adolescente cresciuta a pane e Marilyn Manson è davvero un colpo basso. Rob conosce i suoi polli, è evidente: la melodia maledetta da cui parte tutta la storia finisce dritta dritta nella playlist di ogni amante dell'industrial. Spettacolare il finale apocalittico con voce di Nico in sottofondo - una scena che forse da sola vale l'intero film.

2) Blasfemia a gogò


E di quella che fa ridere anche un cattolico - forse. C'e il prete che promette la salvezza eterna in cambio di un semplice pompino, ci sono le statue di santi che si masturbano, e come tocco finale c'è Sheri Moon in versione Maria ma decisamente poco Vergine. Potrebbe sembrare tutto oltremodo offensivo e pesante, se non fosse che Rob aveva saputo farci divertire anche di fronte alle torture della famiglia Firefly. 
Figuriamoci di fronte a un Satana basso, pelato e obeso che ingravida l'elettaE i riferimenti estetici a Silvio sono così evidenti che mi aspettavo un "Era solo burlesque" dopo l'amplesso malefico.


3) Varie ed eventuali
Scenografia da dieci e lode; fotografia meravigliosamente anni '80; Sheri Moon che insegna che certo, per le rughe c'è poco da fare, ma guardate che glutei si possono conservare anche a 40 anni.

4) ...
Sono certa ci sia qualcos'altro che mi é piaciuto, anche se al momento non mi sovviene. Ma dipende solo dal fatto che ho scarsa memoria. 
Perché, come ho già detto, questo film non è mica una cagata pazzesca.

martedì 23 aprile 2013

Contratto di cornificazione a progetto. Something borrowed

Quando avevo 15 anni, avevo una “simpatia” con cui è durata circa 3 settimane. 21 giorni in cui lui mi mise le corna 7 volte. SETTE. Io, in 21 giorni, riesco a malapena a fare dei pasti completi per 7 volte. Potenza del tradimento.
Lui, lei, l’altra. Tocca a tutti prima o poi. I migliori di noi hanno interpretato tutti e 3 i ruoli. Imparare a gestire il tradimento è una cosa che tutti dovrebbero saper fare. E proprio qui ci torna utile questo film, cui sono arrivata dopo aver letto il libro da cui è tratto. Il film riesce in una cosa che al suo equivalente cartaceo manca: farci odiare la legittima consorte con una convinzione che ci spinge ad augurarci che i due fedifraghi copulino davanti ai suoi occhi. Ma andiamo con ordine.
Rachel e Darcy sono migliori amiche da sempre. Rachel, Ginnifer Goodwin, è seria e mora, Darcy, Kate Hudson, è bionda e femmina alfa. Vanno a New York, la prima per frequentare la scuola di legge, la seconda perché è New York. A scuola Rachel incontra Dex. Si piacciono e diventano amici. Ma Rachel è scema, Dex uomo ergo pigro, e Darcy gliela tira con la fionda, quindi lui si fidanza con la bionda piuttosto che faticare per quello che realmente vorrebbe. E qui abbiamo il primo teorema Venditti: come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati? Stanno lì. Zero sbattimento.
Alla festa a sorpresa per i 30 anni di Rachel, Darcy finisce a casa ubriaca, e Dex finisce dentro le mutande di Rachel. Loro iniziano la tresca, già che c’è anche Darcy ne inizia una, e si va avanti così fino a quando Dex manda all’aria le nozze e si mette con l’amante.
Prima di tutto, una precisazione: no. Non si va con l’uomo della tua migliore amica. Un uomo si può tradire, un’amica no. Meriti di stare sola per sempre. Se i maschi hanno “bros before hos”, noi dovremmo avere “chicks before dicks”.
Detto questo, perché dovrebbe interessarci un film ben lontano dall’essere un capolavoro? Perché è un bignami sulle corna versione basic.

IL PESCE PUZZA PURE QUANDO È FRESCO. Dex è il ritratto del bravo ragazzo: ha le fossette e sembra pulito come se fosse appena uscito dalla piscina della casa di una pubblicità di Ralph Lauren. Ma quando si tratta di corna il bravo ragazzo è uguale al cattivo. Non importa se vi promettono cani, gatti, bambini e case in campagna. L’unica cosa che dovete fare è chiedere al capo cantiere di alzare a sufficienza le traverse delle porte. E ringraziarlo in natura.

LA MELA NON CADE MAI LONTANO DALL’ALBERO. Rachel e Dex erano compagni di corso, e sono entrambi avvocati. La simpatia di cui parlavo all’inizio mi ha fatto buona parte delle corna con alcune sue compagne di liceo. So di storie nate prendendo gli stessi mezzi pubblici, frequentando la stessa palestra o lo stesso posto di lavoro. E qui c’è il secondo teorema Venditti: come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati (sì, ancora loro)? Stanno lì. Si desidera quello che si vede. Anche la più racchia dopo un po’ acquista fascino a forza di trovartela sempre davanti. Jude Law e la baby sitter. Non dico altro.

LA GENTE È SCEMA SOLO QUANDO SI TRATTA DI ANDARE A VOTARE. Quando si tratta di farsi i cazzi altrui, le persone diventano potenziali candidati per un dottorato al MIT. Ethan, amico di Rachel, sgama la tresca senza che lei gli dica assolutamente nulla. È il linguaggio verbale. Il corpo tradisce due volte. Invece andare in giro da soli sfiorandosi le mani, come capita ai due amanti quando i genitori di lui li scoprono, è linguaggio dell’idiozia. In sostanza, evitate di limonare se c’è gente nei paraggi. E negate. Sempre. Non ci vuole una laurea al MIT per capirlo.

SI CHIAMANO ALTARINI, NON CRIPTINI. Alla fine vengono sempre fuori. Anche dopo che la storia è finita (v. quello delle 7 volte). La fiducia è un po’ come i buoni propositi di uno a dieta di fronte al buffet dell’aperitivo: basta una nocciolina a farli crollare. Una donna che sospetta è un agente segreto al servizio di Sua Maestà. In questo aiutata dalla stupidità maschile nel lasciare indizi. Persino i più bravi, che cancellano tracce e messaggi da case, computer e telefoni, dimenticano il fatto più importante: anche l’amante ha un telefono. Su cui loro non possono mettere le mani.

Però devo aggiungere una cosa. Se proprio volete conoscere lo stato dell’arte del tradimento, il mezzo di comunicazione cui rivolgervi non è il cinema. È questo.