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giovedì 26 febbraio 2015

Uccello inossidabile - Cinquanta sfumature di grigio

"Sei falso come la bilancia del porchettaro".  
 
Così si dice, dalle mie parti, di quelle persone che hanno un rapporto con la verità un po' elastico. In pratica 50 sfumature sta all'erotismo come la bilancia del venditore di porchetta sta all'onestà.
Il film racconta la storia tra Christian Grey e Anastasia Steel, e no, non spenderò neppure una parola sul fatto che il diminutivo della protagonista di un film pseudo-erotico sia Ana.
No, vabbé, voglio spenderla. Perché non chiamarla, che ne so, Camporella? Anche Smorzacandela non era male, un po' lungo forse.
So che è inutile raccontare la trama, quindi passerò direttamente alle perle che queste due ore di nulla ci regalano. A cominciare dalla protagonista, Dakota Johnson, la cui recitazione lavora per sottrazione, sottrazione di talento nella fattispecie. 
E come non citare i brillanti dialoghi, una sfida tra gli sceneggiatori e l'alfabeto, con i primi che sono riusciti nell'impresa di utilizzare solo tre vocali e una consonante per scrivere tutte le battute del film.

"Ahhh"
"Ohhhh"
"Uhhh! Uhhhh! Uhhh!"

Non voglio neppure dimenticare le sottili metafore sessuali, come nella scena dove Ana mordicchia la punta di una penna brandizzata "Grey Enterprises". Eh, EH?!
Apriamo poi il capitolo Christian.
Christian, il favoloso amante che ha avuto ben QUINDICI donne nella sua vita - qualcuna in meno del gatto Doraemon - e che cita Aladdin di Walt Disney pur di portarsi a letto Anastasia.
"Ti fidi di me?"

Christian, il dio del sesso che reagisce come un quattordicenne beccato a farsi un seghino in bagno quando la madre gli fa una visita a sorpresa mentre lui è in camera con Ana.
Christian, il latin lover che si diletta in pratiche sessuali estreme spericulate, come bendare la sua partner, passarle un cubetto di ghiaccio sui capezzoli, legarle i polsi!
E mentre Ana è lì tutta concentrata nell'intento di stimare al millimetro quanto ce lo ha lungo perché non vede l'ora di raccontare tutto alle amiche, quello se ne esce con l'accordo di riservatezza da firmare. Christian, prova a metterti nei panni di una donna: se poi non posso analizzare con le mie amiche fino alla nausea se il lieve battere della tua palpebra mentre ti sfilavi i pantaloni significa che mi richiamerai fra tre giorni o fra tre giorni e mezzo, che senso ha fare sesso? è come se a un uomo regalassero una playstation ma senza controller, "Mi raccomando, divertiti!".
Pompini. Una sottile metafora visiva.

Ma le richieste del dominatore non finiscono qui, visto che Ana non può bere alcolici, fumare, drogarsi, ed è obbligata a fare ginnastica, e questo in effetti è sadomasochismo, non posso negarlo. Va detto però che il mondo dell'audiovisivo ci ha regalato masochisti di gran lunga superiori.
La cosa grave del film, però, non è tanto che faccia schifo, perché di pellicole orribili è pieno il mondo, quanto che sia ambientato a Seattle. Questo significa che per le future generazion, Seattle non sarà la città del grunge, ma la città di Grey. E se il film fosse uscito nel 1994, Kurt Cobain avrebbe avuto davvero un buon motivo per suicidarsi. 

Sesso estremo. Cosa abbiamo visto vs cosa avremmo voluto vedere.

giovedì 5 febbraio 2015

Era meglio la marmotta che confezionava la cioccolata – Zombeavers

“Ricapitoliamo, signor Rubin. Lei vuole fare un film su dei castori zombie che uccidono degli studenti in vacanza in una casa in campagna. E vuole che io le dia dei soldi.”

“Esatto, signor Produttore!”

“E come pensa di trascinare i giovinetti al cinema per vedere questo … film?”

“Ma è semplice signor Produttore. Come se fossi un contadino ucraino di fronte a un campo: disseminandolo di patata.”

“PRESTO! UN ASSEGNO PER QUEST’UOMO!”



Innovative tecniche di marketing.
E quindi, oggi si parla di “Zombeavers”. La trama ve l’ho praticamente riassunta nelle prime due righe, ma approfondiamo: un fusto di rifiuti pericolosi rotola da un camion durante lo spostamento e finisce nella diga di un gruppo di castori.

Nel frattempo, Mary, Zoe e Jenn, tre amiche del college, decidono di passare un fine settimana nella casa di campagna dei cugini di Mary. Il piano è disintossicarsi da ragazzi e cellulari, perché Sam, il ragazzo di Jenn, l’ha tradita con una non identificata ragazza.

Lui che tradisce lei. Signori, la fantascienza.
I fidanzati delle tre però decidono di presentarsi a sorpresa, perché agli sceneggiatori far morire solo tre persone non sembrava carino. Da qui in poi inizia una lotta senza quartiere con gli scaltri castori, i quali hanno evidentemente nozioni di comunicazione e radiazione elettromagnetica perché capiscono che tagliare i fili del telefono equivale a isolare dal resto del mondo le loro prede.

La visione del film, che immagino avrete capito è un po’ una vaccata, mi ha sollevato tutta una serie di dubbi a cui ho invano tentato di dare risposta:

 
Il feroce leader dei castori zombie.

-Perché i pupazzi dei castori sono fatti così male? Avete bussato alla Trudi e avete trovato chiuso?

-Perché i castori entrano in contatto con l’acqua del lago e si zombizzano mentre i villeggianti no? Il consulente scientifico del film è forse Roberto Giacobbo?
-Non bastavano i castori? Perché avete voluto far recitare pure i cani?

-Perché tre belle ragazze stanno insieme a tre uomini che, volendo fare un complimento, potrei solo definire cessi a pedali? È perché, contrariamente ad Alex Britti, noi donne non preferiamo stare qui da sole che con una finta compagnia?

-Perché le tette si vedono così poco? (questo è l’interrogativo che premeva il mio ragazzo)

-Perché, se volevo vedere dei castori, non mi sono limita a questi?

-Perché madre natura non mi ha dotata del fisico dell’attrice che interpreta Jenn?

-Ma soprattutto, perché ho visto questo film?

 
Espressione tipo dello spettatore durante il film.

Perché “Pride and prejudice and zombies”, film dove il mio libro preferito – la cui trama è alla base di circa il 95,233342% dei chick flick – si fonde con i miei mostri preferiti, e che porterà a eventi epocali come la discesa dei cavalieri dell’Apocalisse, lo svelamento del contenuto della valigetta di “Pulp Fiction” e la rottura della lama dei coltelli di Chef Tony, non è ancora uscito.


lunedì 2 febbraio 2015

You had me at “Il pene di Michael Fassbender” – The Mindy Project

Dove eravamo rimasti?
È passato un anno. Di merda, per inciso. Ma io ho avuto un atteggiamento molto maturo di fronte ai problemi. Ho guardato serie tv, la soluzione perfetta per procrastinare la realtà e convincersi che i problemi che ci affliggono siano risolvibili.
Quindi, citando un grande interprete della canzone italiana, “ricominciamo”.
Una delle mie migliori amiche ha capito che eravamo fatte l’una per l’altra il primo giorno del master  che ci ha fatto entrare nel baratro di disperazione che è il nostro lavoro incontrare, quando durante il giro di presentazioni io ho esordito dicendo che ero a dieta più o meno dall’età di 15 anni. Sono certi dettagli scemi che ti fanno capire che hai trovato un motivo in più per uscire la sera. O per non uscire, come nel caso di “The Mindy Project”. Per me è stato questo
 
Priorità. Un esempio.
Anche io.
Una serie con protagonista una ragazza come noi: ossessionata dal cibo, che non riesce a stare a dieta, con tendenze allo stalking e sconvolta per sempre dalla visione di “Shame”.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Mindy è una ginecologa che vive a New York. Lavora in uno studio con altri due, che nel corso delle stagioni diventeranno tre, medici. Con uno di loro ha un rapporto molto conflittuale, genere Elizabeth & Darcy. Ovviamente è quello di cui si innamorerà (no, non è uno spoiler, è una cosa che capirete fin dalla prima puntata).
The Mindy Project è questo: un chick flick che invece di durare due ore, va avanti – a oggi – per 2 stagioni e 13 episodi.
C’è tutto quello che serve per indurre un serio caso di binge-watching:
a) Una cabina armadio. E sì, è più grande di quella di Carrie Bradshaw.
b) Decine di borse Chanel. Dico davvero. Ho smesso di contarle. Di qualsiasi colore e dimensione.

c) Ragazzi. Tanti, belli, e tutti desiderosi di uscire con una che, come avrete notato, non è propriamente Eva Green. Anche perché Mindy Kaling è protagonista e autrice, e se io avessi la fortuna di scrivere e recitare nella mia serie, passerei ogni puntata a limonare a turno con Fassbender, Gosling e Pattinson.
Chiamala scema.

d) Ha – almeno per ora – il lieto fine. E lo so che a volte abbiamo soltanto voglia di vedere storie che finiscono male per abbandonarci alla disperazione più bieca, al pianto più sfranto e ai cibi più citati nelle top ten delle cause di infarto. Ma “Girls” c’è una sola sera a settimana, quindi dobbiamo trovare qualcosa da fare per i restanti sei giorni.
e) Mindy è ossessionata dalle commedie romantiche, come noi, per cui si crea quello speciale rapporto che è così comune in gruppi di persone che condividono la stessa passione, come gli alcolisti anonimi.
f) Fa ridere. Che è quello che conta davvero. Non posso mettervi lo screenshot di ogni puntata, quindi dovrete fidarvi. Fa ridere per come rovescia e rende ridicole situazioni molto romantiche. Fa ridere perché le battute sono ben scritte. Fa ridere perché vedere le follie che mettiamo in atto quando siamo alla ricerca di un fidanzato – e anche quando lo abbiamo trovato – ci fa capire che non siamo le sole a farlo. E dà al nostro cervello la giustificazione per continuare a comportarci nelle maniere più ignobili e irrazionali che riusciamo a trovare.

giovedì 23 gennaio 2014

Mestruo e fiamme! Mestruo e fiamme! Lo sguardo di Satana – Carrie

Quando ero alle superiori, avevo una compagna che aveva due cose in abbondanza: le tette e la repressività del padre. Lui non voleva che lei uscisse e frequentasse ragazzi, quindi lei, a ogni minima occasione, faceva “l’amichevole”.
Quello che il padre della mia compagna e i fautori del proibizionismo non hanno capito, è qualcosa che ogni spacciatore e donna a dieta conoscono alla perfezione: proibire qualcosa è il modo migliore per fartela desiderare fortissimamente.
Carrie ha una madre pazza e iper-puritana che non vuole che lei sia come le altre ragazzine (leggi zoccola), Carrie invece non vorrebbe altro che essere uguale a loro.
Ma andiamo con ordine.
Siccome lo sanno anche i muri che prima di questo Carrie c’è il Carrie del 1976 di De Palma, leviamoci subito il dente: quello vecchio è meglio. Ma anche la versione odierna malaccio non è.
Il film inizia con una sequenza che ti fa venire voglia di devolvere il 5 per mille ai colossi farmaceutici (loro, quelli che in cambio dello stomaco e del fegato ti danno sollievo dal dolore): la madre pazza, la meravigliosa-anche-coi-capelli-crespi Julianne Moore, sta partorendo in casa Carrie. Appena la pagnottina esce dal forno, lei brandisce le forbici e tenta di ucciderla, perché Dio lo vuole.
Carrie cresce diventando una specie di paria del liceo, nonostante la madre le cucia camicie a quadri e salopette (con un abbigliamento simile in Italia sarebbe già a capo di una start-up). Crescendo, invece di diventare Sissy Spacek, si trasforma in Chloe Grace Moretz. E qui c’è il primo problema del film: è bellina in modo canonico. La Spacek invece ha la faccia che avrebbe la figlia di E.T. e Kate Moss, se solo loro due decidessero di accoppiarsi. Quando De Palma era indeciso se affidarle o meno il ruolo, lei si è passata la vaselina tra i capelli, non si è lavata e si è presentata con un vestito che le aveva cucito la madre in seconda media. Ah, e si è fatta seppellire per girare la scena finale. È evidente che non c’è gara.
Sissy senza vaselina.
 
Tutti deridono Carrie. Dopo una lezione di ginnastica, quando è sotto le docce, le arrivano le mestruazioni. La poveretta non sa cosa siano, pensa di essere sul punto di morire e inizia a disperarsi, mentre le compagne la prendono in giro tirandole tampax e filmando il tutto per poi metterlo online.
Carrie, tesoro mio dolce, a te col ciclo sono arrivati i poteri di telecinesi, a me solo dei fianchi più larghi. Io avrei dovuto piangere, non tu.
Comunque, visto il comportamento stronzissimo delle compagne, l’insegnante di ginnastica, la brava Judy Greer (una che ne sa parecchio di popolarità, ascesa e fango, visto che faceva la sfigata nel meraviglioso “Amiche cattive”), mette le ragazzine in punizione. Prima però, ci regala insieme al preside della scuola l’episodio pilota della prossima serie di Dmax, “Man vs Mestruazioni”: lui sbuffa, suda, è imbarazzato e non riesce manco a pronunciare la parola “assorbente”.
Torniamo alle compagne di classe. Chris, quella che ha messo online il filmato e che per questo è stata espulsa ed esclusa dal ballo, decide di vendicarsi. Insieme al fidanzato uccide un maiale, ne raccoglie il sangue e, invece di prepararci un sanguinaccio, lo mette in un secchio che, la sera del ballo, farà cadere addosso a Carrie.
Sue invece si pente, e qui c’è la grande innovazione del film: è bionda! Per la prima volta quella buona è bionda, e non una qualsiasi sfumatura che va dal castano chiaro al nero corvino! 
Sue, quella buona. C'è ampiamente di che odiarla.
Così Sue, per espiare, obbliga il suo fidanzato a portare Carrie al ballo. Carrie accetta, si cuce il vestito, litiga con la madre che non vuole mandarla, chiude la madre nello sgabuzzino grazie ai superpoteri, e va al ballo. Il maiale fa il suo porco lavoro, e a quel punto – finalmente – Carrie si incazza di brutto. Lo so, vi ho praticamente detto tutto, a voi non resta che vederlo per ammirare come la vendetta della protagonista si scateni su qualunque cosa. Forse si scatena anche un po’ troppo, perché con tutte le mosse che la Moretz fa ogni volta che usa i poteri, il film sembra a tratti una partita a
Mortal Kombat. Comunque, se io avessi il dono della telecinesi, lo userei solo per scopi benefici. Tipo spostarmi il grasso dal culo alle tette.




lunedì 16 settembre 2013

Da “Paris, Texas” a “Paris, Hilton”. The Bling Ring.

Che cos’è che vogliamo?

SLEIGH BELLS E LOUBOUTINS!

E quando le vogliamo?

GIà NEI TITOLI DI TESTA!

Ah, Sofia.
Sofia Sofia Sofia. (E qui l’autrice scuote il capo fissando il pavimento, NdR)

Sofia mia, se in questo momento mi trovassi davanti a te, il discorso che mi uscirebbe di bocca sarebbe pari pari il testo di “Bella senz’anima”.
Oppure no, pensandoci meglio. Che non sia proprio io a darti l’idea di farne una cover electro-indie: Casablancas al posto di Cocciante, sullo schermo un’adolescente che si siede su quella seggiola e poi si spoglia come sa fare lei e via, anche per il prossimo film siamo a posto.

Sofia. Di cosa ci parla Cocciante?
Della fine di un amore. E come finisce un amore?
Nei tuoi film, con uno sguardo che si posa annoiato sullo skyline di Tokyo con gli Air in sottofondo.
Ma d’altra parte i tuoi film sono solo un insieme di pretenziose puttanate. E quindi ora te lo spiego io, come finisce un amore nella vita reale.
C’è Cocciante, ovvero io, che si innamora. Della Bella Senz’Anima, che poi saresti tu. Ti vedevo anche bella, capisci? 
L’amore è irrazionale, si sa. Specie se ci si innamora in così giovane età: a 15 anni, dammi una Lux Lisbon, una cameretta frou frou e una “Playground Love” e sarò tua per sempre. 


Poi però si cresce, Sofì.
E allora inizia la seconda fase: all’ ”Amore è cieco” subentra il “Sì, potrebbe in effetti essere una cagna maledetta…però cambierà”.


Il che si traduce, negli anni, in indulgenti recensioni tipo:
- Beh, Bill Murrey era straordinario! E poi che tocco di classe, quel “Sometimes” sotto la pioggia, eh? (2003)  
    - Ma dai, le All Stars tra le scarpette di Marie Antoinette! Cioè, hai capito che anacronismo pregno di significato? Ci sta dicendo che tutti gli adolescenti della storia si trovano ad affrontare gli stessi identici problemi, che vivano nella Versailles del ‘700 o nella Scampia degli anni zero! (2006) 
- Eh…insomma…dai, alla fine…Ten decisions shape your life, you’ll be aware of five about. (2010)

Ora. Persino una Bella Senz’Anima, se minimamente furba, arriva a capire il concetto di “Do ut des”: io ho dato, Sofia. Per tutti questi anni, ho dato soldi, pazienza, comprensione e persino cecità fasulla davanti a certe scene che lasciamo perdere o mi prudono le mani.

Nella diapositiva, un esempio di scena che fa prudere le mani.

E veniamo a te: non era forse arrivato il momento di darci un bel film?
Ho detto “Bello”? Chiedo scusa, ho esagerato. Facciamo “Decente”? “Sensato”? “Con una minchia di qualsivoglia trama”?
No. Dopo mesi di hype, tu ti ripresenti con “The Bling Ring”.
Ovvero, un trailer smarmellato su 90 minuti. 90 minuti di Miu Miu, Chanel, Louboutine, furti, Paris Hilton, una mezza pole dance, adolescenti borghesi che sniffano cocaina per manifestare il proprio senso di disagio verso una società superficiale e priva di punti di riferimentoCRISTO.

E no, sulla recitazione di Hermione non sprecherò una parola.

 "Niente, eh? Vabbè stellì, famo così: inventate qualcosa con 'sto palo 
e ce ne andiamo tutti a casa, su."


Mettiamola così: “The Bling Ring” è un porno.
E se chiedete a uomo di recensire un porno, probabilmente l’unico commento che otterrete sarà “Beh, ha funzionato”.
“The Bling Ring” è la stessa cosa, esiste solo ed esclusivamente per funzionare. Ho voglia di comprarmi un paio di scarpette, dopo la visione? Si, cazzo, si! Anche due! Anzi, voglio entrare di straforo in casa della Ferragni e fare razzie! E si, lo so, la Ferragni è quello che è. Ma in Italia questo passa il convento.



Però, Sofia, questa è pornografia. L’amore è un’altra cosa.
E da Cocciante è un attimo che passiamo a Masini:
per questo ti saluto, Bella Stronza.



lunedì 10 giugno 2013

"Thank you for being so not italian". The Butterfly Room.

video

Immaginate di presentarvi a un appuntamento al buio, ok? Siete reduci da mesi di delusioni, grandi aspettative che sfociano immancabilmente nel fail, amori storici che non sapete più come giustificare nemmeno a voi stessi. Insomma, a questo  incontro a scatola chiusa ci arrivate comprensibilmente già con il cinismo a fior di labbra.
E invece vi trovate davanti Megan Fox: una Megan Fox che si rivela esteticamente perfetta già dal primo frame. Che in più sfoggia una sceneggiatura degna di quei pervertiti degli asiatici. E un citazionismo horror che vi emoziona tanto da farvi perdere per strada la metafora.


Questo è "The Butterfly Room": l'ultima opera dell'italianissimo (ho controllato tre volte, non ci potevo credere) Gionata Zarantonelloun fiore cresciuto sull'asfalto e sul cemento, tanto per riabbassare subito il livello del discorso.
Zarantonello sembra mettere le mani avanti già con la scelta del cast: una specie di Trivial horror che vi farà saltellare come groupie, se avete sui 30 anni e amate il genere.
E se invece vi lascia indifferenti…gesù, che triste adolescenza avete avuto.
C'è chi ha ucciso Laura Palmer, c'è la Nancy di Freddy Krueger, c'è la Jennifer che non andava violentata, c'è persino un cameo del papà dei Gremlins.
E, su tutti loro, regna Barbara Steele alias Ann.


Ann è una signora d'altri tempi: elegante, posata, introversa. Che nel tempo libero coltiva in egual misura entomologia e rapporti morbosi con ragazzine preadolescenti.
Hobby diversi, che mirano allo stesso obiettivo: imprigionare la bellezza e legarla a sé per sempre.
Ma no, non stiamo parlando di una milf promiscua e particolarmente intraprendete: quello che Ann vuole - o piuttosto pretende - è esclusivamente affetto. Quell'affetto assoluto e bisognoso che ogni bambino nutre per chi lo accudisce. Perché col cavolo che di mamma ce n'è una sola: se Ann decide che sei figlia sua, non c'è proverbio che tenga.
E così, attraverso un montaggio in stile "Memento", oscilliamo di continuo tra passato e presente per arrivare a conoscere tutte le vittime dell'ossessione di Ann: Dorothy, Alice e Julie. Chi si salva e ci lascia le penne, lo scopriremo solo più avanti.


Tutta la faccenda, già abbastanza malata di suo, si fa ancora più ambigua grazie alla figura di Alice - unica ragazzina che, nell'ossessione di Ann, non gioca tanto il ruolo di vittima quanto quello di complice.
Alice, infatti, lo fa un po' di mestiere: è una specie di escort che vende affetto a tempo determinato a madri rimaste sole. Ed è proprio lei ad adescare la sua carnefice, con tutta malvagità che solo i marmocchi sanno avere. 
Sorriderà ancora per poco.
La disperazione femminile in ogni sfaccettatura, insomma: questo sembra essere il vero topic del film. Tant'è che nella famosa stanza delle farfalle non entriamo se non sul finale; e anche se sappiamo benissimo che dentro non ci troveremo solo insetti sotto vetro, la scena fa comunque la sua porca figura.
Mettiamola così: la prossima volta che userete il classico "Sali a vedere la mia collezione di farfalle?", non stupitevi se anziché un garbato rifiuto riceverete un'ordinanza restrittiva.



martedì 4 giugno 2013

Shoes I’d Like to Fuck. 20 anni di meno.


Mia madre, oltre a sapere i nomi dei colori più assurdi – tipo il color avio e pervinca – e a fare la parmigiana di melanzane migliore del pianeta, conosce tutta una serie di massime che mi ha gentilmente passato: “sette ore un corpo, otto ore un porco”, “defecatio matutina bona quam medicina, defecatio meridiana neque bona neque sana” e la mia preferita, “fritta è buona anche la merda”.
Ecco, vorrei soffermarmi sull’ultima, e adattarla al film di oggi. Un film francese. Ambientato a Parigi. Con la moda e le riviste di moda francesi. Insomma, la Francia è il fritto. Che si tratti di dolcetti, moda, festival del cinema, Oltralpe fanno bene quasi tutto: si pigliano una modella umbra dall’accento marcato e la trasformano in diva internazionale. Si accattano una piemontese gonfia di botox, che potrebbe tenere corsi di laurea su “Come darla via traendone un profitto che manco il PIL di un piccolo paradiso fiscale”, e la trasformano in Première Dame. Ci liberano di attori diventati famosi per pubblicità di gelati bi-gusto, che si innamorano di francesi dai denti storti e si trasferiscono in un lampo a Parigi, liberando il suolo patrio della loro presenza.
I cugini sanno fare pure le commedie leggere, tipo “Una cena tra amici”, tanto per dirne una. E tipo “20 anni di meno”.
In sostanza. Prendete una trentottenne Kate Moss un po’ più alta, e fatele avere la vita dei sogni di tutte noi: ex marito rock-star genere Gainsbourg, lavoro come direttrice di affermata rivista di moda, appartamento gigante nel – a occhio – sesto arrondissement; guardaroba strepitoso e fisico per portarlo. Insomma, una che odiereste, se non fosse che è una poraccia che non fa altro che lavorare come una stagista di un’agenzia di pubblicità, senza l’ombra di una relazione e che deve pure sopportare i tentativi della sorella di farla accoppiare con brutti ginecologi. Come se non bastasse, una nuova collega, molto più giovane, tenta in tutti i modi di farle le scarpe, e anche con buoni risultati.
Perché mai un ventenne dovrebbe volersi fare una così?
Alla nostra Katè non rimane che approfittare di un equivoco e fingere di essere una milf che farebbe impallidire tutte le mamme di Stiffler che imparano quanto possano essere divertenti le nuove tecnologie caricando i loro video su youporn.
Quindi, mentre noi ammiriamo scarpe e vestiti che non potremo mai permetterci, lei si innamora del suo giovanissimo finto-poi-vero-amante, che ha – indovinate un po’ – 20 anni in meno, rivoluziona la sua vita, viene licenziata e scrive un libro.
E qui potremmo fare tutto un discorsone sul fato, sui piccoli fatti che cambiano il corso di una vita e sull’ineluttabilità del destino, su come, da tipico schema proppiano, la mediazione porti poi al consenso e alla ribellione dell’eroe, e via così fino a ristabilire un nuovo equilibrio. 
20 anni di meno. Locandina alternativa.
Potremmo. Ma non ci serve mica Propp per capire che questo film è praticamente una favoletta. Però è una favoletta con i titoli di testa fatti come le copertine delle riviste di moda, le louboutin e un giovane protagonisti che, come anni di attori francesi ci hanno insegnato, non è bello ma ha fascino. E le louboutin, lo so che l’ho già detto, ma voglio ribadirlo, perché “cosa sono la fotografia, la trama e la recitazione quando in cambio ti danno le scarpe”.